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Galleria d’Arte Contemporanea Filippo Scroppo

Civica Galleria del Comune di Torre Pellice (Torino)

sei in: archivio


 

Archivio eventi e manifestazioni: anno 2013


NOI DI PAULUCCI

12 ottobre - 14 dicembre 2013

Locandina della mostra "Noi di Paulucci"

Locandina della mostra "Noi di Paulucci"

La scuola di Enrico Paulucci, avviata nel 1941 all'Accademia Albertina di Torino, ha avuto un ruolo formativo notevole per diverse generazioni. L'hanno frequentata Mario Davico e Mattia Moreni durante la guerra; negli anni Cinquanta - inizio Sessanta, Antonio Carena e Paolo De Rusticis, Piero Bolla e Leonardo Mosso, Piero Ruggeri e Sergio Saroni, Marco Gastini e Giorgio Ramella; nei pieni anni Sessanta, fra gli altri, Adriana Giorgis, Paolo Guasco, Pino Mantovani, Plinio Martelli, Sergio Saccomandi.

Alcune delle opere della mostra

Alcune delle opere della mostra

Proprio questi artisti hanno deciso di organizzare una esposizione che ricordi gli anni passati con profitto in Accademia. Quel che loro importa è puntualizzare come l'Accademia d'allora, dove funzionava un magistero efficace ed aperto, sia riuscita a interpretare una situazione culturale assai ricca e vivace, che in città coinvolgeva artisti e critici, gallerie e musei, istituzioni e privati. E questo spiega, almeno in parte, come gli artisti sopra nominati abbiano potuto sviluppare storie individuali differenti ma ben motivate, che ciascuno illustra nel catalogo e, per quanto possibile, in mostra.

Alcune delle opere della mostra

Alcune delle opere della mostra

La mostra comprende un'opera dei "maestri" (Paulucci, Davico, Calandri, Franco) e un numero adeguato di lavori degli allievi. Senza pretendere completezza, la quantità e la specie dei materiali esposti è commisurata alla qualità e alla ampiezza degli spazi disponibili. Il catalogo propone documenti, testimonianze e un testo storico-critico.


PAOLO PASCHETTO E LE VALLI VALDESI
1885-1963

3 agosto - 15 settembre 2013

Locandina della mostra "Paolo Paschetto e le Valli Valdesi"

Locandina della mostra "Paolo Paschetto e le Valli Valdesi"

Nel 2013 ricorre il 50° anniversario della morte di Paolo Antonio Paschetto, nato a Torre Pellice il 12 febbraio 1885 e qui spentosi il 9 marzo 1963. Noto in particolare per essere stato l’autore dell’Emblema della Repubblica Italiana, Paolo Paschetto è stato un artista versatile e poliedrico, attivo nel campo della decorazione d’interni e delle arti applicate, dell’illustrazione e della grafica editoriale, dell’incisione e della pittura di paesaggio.

Pra Couloumb (Torre Pellice), matita e acquerello su carta, 1915-25 © Tavola Valdese

Pra Couloumb (Torre Pellice), matita e acquerello su carta, 1915-25 © Tavola Valdese

Per ricordarne la figura e l’attività, il Comune di Torre Pellice e la Fondazione Centro Culturale Valdese hanno promosso un ampio programma di manifestazioni che, oltre l’emissione di un francobollo commemorativo e di un annullo filatelico da parte delle Poste Italiane che ha avuto luogo il 9 marzo 2013, prevede l’organizzazione dal 3 agosto al 15 settembre 2013 della mostra "Paolo Paschetto e le Valli Valdesi" in due sedi: la Civica Galleria d’Arte Contemporanea "Filippo Scroppo" e il Centro Culturale Valdese di Torre Pellice.

Presso la Galleria "F. Scroppo" sono esposte 110 opere - tra olii, acquerelli, tempere e incisioni - della collezione che Paolo Paschetto realizzò per conto della Tavola Valdese tra il 1915 e il 1926 con l’obiettivo di fornire "un’illustrazione artistica delle Valli valdesi".

Tempio dei Coppieri (Torre Pellice), olio su cartone, 1915-25 © Tavola Valdese

Tempio dei Coppieri (Torre Pellice), olio su cartone, 1915-25 © Tavola Valdese

In Galleria è allestita anche la mostra "Negli occhi delle ragazze e dei ragazzi: l’arte di Paolo Paschetto", realizzata dalle classi della scuola secondaria di primo grado "G.Rodari" di Torre Pellice.

Presso il Centro Culturale Valdese sarà presentata un’ampia selezione di acquerelli, incisioni, olii, chine, incisioni, disegni e bozzetti per copertine e illustrazioni di libri, progetti di monumenti e musei e del grande affresco dell’Aula sinodale a testimonianza dell’attività dell’Artista nelle e per le Valli Valdesi nel corso della sua intera vita.


Frammenti e rovine
fotografie di Gabriella Peyrot

2 marzo - 6 aprile 2013

Locandina della mostra "Frammenti e rovine" fotografie di Gabriella Peyrot

Locandina della mostra "Frammenti e rovine" fotografie di Gabriella Peyrot

Introduzione alla mostra a cura di Massimo Tosco

In principio, per Gabriella Peyrot, non c’è il "verbo" ma la "visione" che si concreta attraverso il mezzo fotografico con il suo codice (inquadratura, composizione, rapporto luce-ombra), con il suo elegante bianco e nero. E quel poco colore che talvolta fa capolino è l’eccezione che conferma la regola di una sobrietà ed essenzialità poetica e caratteriale.

Ma quale poetica? La lunga pratica professionale l’ha portata a scansare le trappole del pittoresco e le gradevolezze del "bello naturale". Anzi, in questa mostra si potrebbe parlare di poetica del degrado, della caduta, dello sfascio, della fine, dello sgretolamento, del rudere, della maceria, del provvisorio.

Una provvisorietà in attesa che la natura piegata, imbrigliata, asfaltata, cementificata, cancellata, estromessa riprenda a poco a poco, o con violenta tempestività, il suo dominio. Una rivincita evocata senza toni enfatici e quasi con una elegiaca, dolente compassione.

Un’immagine dalla mostra "Frammenti e rovine" fotografie di Gabriella Peyrot

A volte è la natura stessa che squassa in poche ore di pioggia e tempesta, le opere umane che l’hanno "messa in riga". A volte è l’incuria, l’insipienza, la trascuratezza e il vandalismo umani che hanno spezzato l’ordine del costruito e poi "lasciato tutto lì" nel colpevole abbandono. In questo senso è anche una poetica della pazienza: l’uomo impaziente ha messo le basi per tanti disastri sociali, economici e ambientali. La natura ha patito e ora attende, con la sua inesorabile calma, di ripristinare il proprio ordine.

Un’immagine dalla mostra "Frammenti e rovine" fotografie di Gabriella Peyrot

Eppure queste foto non fanno sociologia, non denunciano, non entrano in merito alle responsabilità di un certo stato di cose e di un dissennato uso del territorio, non perché l’autrice sia indifferente al giudizio sociopolitico, ma perché semplicemente ed eticamente vuole limitarsi a puntare l’obiettivo e "raccontare".

C’è in queste immagini un’analogia con la pittura informale di un Fautrier o di un Burri: la ruvidità della materia sgretolata, lacerata, strappata e ricucita rozzamente, trattiene memoria di drammi e catastrofi passate, ma esprime anche nella sua caotica composizione, se non un progetto di rinascita, almeno una nuova diversa idea di bellezza, suggerendo così un altro modo di guardare lo spazio, il tempo e la forma.

Lo spazio, il territorio su cui si appunta questa visione è la Sardegna (Carbonia, Armungia, la Gallura.) e il Piemonte (Torino, Pinerolo, la Val Pellice.). Sono solo due pretesti biografici: due luoghi conosciuti e amati nell’infanzia-adolescenza e rivisitati nella piena maturità. Ma in queste foto non c’è alcuna tipicità regionalistica o localistica. C’è al contrario un’unità e uniformità di rappresentazione e interpretazione del reale che diventa simbolo dell’insipienza universale e senza confini dell’homo faber.

È quindi un atteggiamento dialettico: da una parte la consapevolezza della sconfitta radicale di ogni progetto di costruzione e lo sgretolarsi inesorabile di ogni manufatto, dall’altra un’esile speranza che ciò che è crollato tornerà a nuova vita. La vegetazione che cresce tra le macerie, il cagnolino allattato, le giovenche che fanno capolino dal muraglione di cemento armato sono timidi annunci di un nuovo ordine in mezzo alla desolazione.

Nella totale assenza della figura umana queste immagini sono un potente invito a ritrovare un significato del pensare e dell’agire, acuendo il senso del limite. Senza prosopopea ideologica, qui c’è tuttavia una flebile indicazione di una via di fuga dall’arroganza di una civiltà che si è illusa di progredire riempiendo lo spazio di opere per lo più inutili, se non dannose.

Lo sguardo sintetico e freddamente emotivo di queste fotografie offre una serie attualizzata di memento mori che suggerisce in bianco-nero quasi un riassunto e una sottile interpretazione di tanta parte della storia umana, facendo toccare con mano (o meglio con l’occhio) l’attimo, il punto, la conclusione in cui le differenze e le antinomie (pieno-vuoto, cultura-natura, progresso-degrado, costruzione-demolizione, ordine-caos) si vanificano, procedendo inarrestabilmente verso una reciproca dissoluzione.

Alla fine, certo, tutto sparirà, ma noi siamo qui: abbiamo occhi per vedere e soprattutto per ricreare una visione interiore, anche con queste macerie.

Un’immagine dalla mostra "Frammenti e rovine" fotografie di Gabriella Peyrot

Questo sembra dirci Gabriella Peyrot, con immagini che sono quasi lo specchio delle parole tratte da La terra desolata di T. S. Eliot: Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine.


Francesco Franco
"la scacchiera è il mondo"

7 dicembre 2012 - 16 febbraio 2013 - a cura di Alexandra Wetzel

La scacchiera è il mondo, le pedine sono i fenomeni dell’Universo, le regole della partita sono le regole della natura. L’Avversario è nascosto, ma noi sappiamo che il suo gioco è sempre corretto, giusto e paziente. Ma sappiamo anche che l’Avversario non perdona l’ignoranza. Lo abbiamo imparato a nostre spese.

Da Thomas Henry Huxley, Un’educazione liberale, 1868

Locandina della mostra Francesco Franco - "la scacchiera è il mondo"

Locandina della mostra Francesco Franco - "la scacchiera è il mondo"

FRANCESCO FRANCO

Nato a Mondovì nel 1924, Francesco Franco s’iscrive nel 1945 alla Facoltà di medicina di Torino, ma poi decide di seguire l’inclinazione per l’arte, frequentando l’Accademia Albertina dal 1952 al 1956. Qui scopre le potenzialità del mezzo calcografico grazie all’insegnamento di Marcello Boglione e Mario Calandri, del quale diventa assistente nel 1957. La didattica, scelta per vocazione, non è secondaria alla sua ricerca personale e al suo interesse per la musica che spazia dalla polifonia dell’Ars nova del XIV-XV secolo alle sperimentazioni del Novecento di Alban Berg o del primo John Cage. Nel 1965 si sposa con la pittrice Lea Gyarmati; è un’unione basata sull’affinità di due grandi personalità artistiche. Fino al 1989 Franco insegna Tecniche dell’incisione all’Accademia e contribuisce con articoli e saggi alla conoscenza della stampa originale (tra cui si segnala un testo sulle xilografie di Paolo Paschetto) e della pittura piemontese del Quattrocento.

L’attività espositiva di Francesco Franco prende avvio nel 1953 e si sviluppa soprattutto nell’ambito dell’incisione con mostre personali e la partecipazione alle più importanti rassegne nazionali e internazionali, tra cui la Biennale dell’Incisione Italiana Contemporanea di Venezia (dal 1959), la Biennale Internazionale dell’Incisione a San Paolo in Brasile (1963), la Triennale dell’Incisione di Milano (1991), la Triennale del Mediterraneo a Rodi (2008). Franco partecipa pure a varie edizioni delle mostre annuali di Torre Pellice organizzate dall’amico Scroppo. Nel 1992 la Regione Piemonte gli dedica una grande mostra antologica alla Società Promotrice di Torino.

La mostra nel salone della Galleria Civica propone una ricca antologia delle ricerche dell’artista, dalle incisioni, i libri d’artista e le edizioni, alle opere uniche: i piccoli lavori su tela degli anni 1970, i pastelli ispirati alla vista dell’Atlantico francese e, soprattutto, le recenti carte, che, talvolta collegate in sequenze modulate, richiamano paesaggi e spazi nuovi e mai esplorati.


Istruzioni per l’uso delle panoramiche

Le immagini panoramiche a 180° o 360° richiedono che sulla macchina dell’utente sia installato Apple Quicktime, scaricabile gratuitamente da www.apple.com/quicktime.

A programma correttamente installato sarà possibile visualizzare immagini panoramiche scorrevoli facendo click nell’area immagine del programma e muovendo il mouse nella direzione desiderara. Le immagini illustrano i vari allestimenti della sala espositiva succedutisi nel tempo.

Data la consistente entità di dati che questi elementi multimediali comportano, la loro visualizzazione con connessioni Internet del tipo 56K o similari potrebbe richiedere una sensibile attesa.

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Utilità e strumenti

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